Abbiamo voluto usare il monitoraggio proposto dal DES ai sub (con l’intenzione di aumentarne l’attenzione allo stato dei fondali nei nostri mari) per confrontare il “meglio” dei nostri fondali: quelli delle Aree Marine Protette (AMP).  Sia ben chiaro che ci sono fondali bellissimi ancora in attesa di protezione e che non ci aspettiamo che nelle AMP siano tutte rose e fiori. Le AMP non sono la risposta a tutti i problemi che affliggono i nostri mari e, d’altra parte, non sempre le AMP sono necessariamente gestite e tutelate al meglio. Ci sono problemi di fondi, di capacità (e poteri di controllo) del personale e “conflitti d’interesse” di ogni genere.

Il monitoraggio dei 12 parametri del DES, con le eventuali note aggiuntive, vuole quindi essere uno strumento “informale”, forse una provocazione, per guardare dentro la realtà delle nostre AMP. Sperando di trovarle in salute e segnalandone i problemi (se ci sono).
Per garantire la possibilità di confronto tra i dati rilevati è necessario che lo stesso gruppo di osservatori realizzi i monitoraggi in un arco di tempo relativamente breve. In Italia ci sono 20  AMP, che tutelano 184 mila ettari di mare e circa 580 chilometri di costa, ed altre tipologie di aree protette in mare (per informazioni ufficiali e cartografia consultare il sito).
E’ quindi impossibile per il DES visitare tutte le AMP in una sola stagione. Quest’anno, il progetto è di monitorarne una decina tra la metà di maggio e la metà di luglio.
Un discorso a parte merita il Santuario dei Cetacei che il Ministero dell’Ambiente include tra le AMP. Greenpeace è particolarmente legata al Santuario e dispiaciuta per lo stato di abbandono in cui esso versa. Il Santuario dei Cetacei è oggi una scatola vuota, senza alcuna reale misura di tutela dell’ambiente e dei cetacei: se la Francia continua a tollerare la pesca delle reti derivanti, l’Italia ha addirittura autorizzato (illegalmente) la realizzazione di un’area industriale marina offshore (il rigassificatore di Livorno-Pisa). E’ la prima area marina industriale in una area marina protetta! Quest’estate Greenpeace intende organizzare un check up dello stato di salute del Santuario.
Quello che segue è un primo report, quasi un blog, di quel che il DES ha trovato nelle AMP. Buona lettura e… buona immersione!


Visualizzazione ingrandita della mappa

 

20/05/2008
Portofino

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Il 20 maggio sono state effettuate due immersioni nell’AMP di Portofino che si conferma come un evidente successo gestionale e ambientale. I diving hanno a disposizione un notevole numero di boe di ormeggio che permettono decine di immersioni differenti. Accompagnati dal B&B Diving Center di Camogli abbiamo visitato la Secca dell’Isuela (al largo di Punta Chiappa) e la Secca Gonzatti, poco dopo S. Fruttuoso: i due siti sono nella Zona B dell’AMP: è possibile l’accesso (al momento, all’Isuela non possono essere presenti più di dodici sub contemporaneamente) e la pesca artigianale è consentita ai residenti.


Una cernia sui fondali di Portofino

Autore: Grace/Greenpeace


Incontro ravvicinato con una cernia
Autore: Grace/Greenpeace


Gorgonie rosse alla Secca Gonzati
Grace/Greenpeace



Banco di dentici in caccia
Autore: Grace/Greenpeace



Banco di Salpe nuota sulla Secca Gonzati
Autore: Grace/Greenpeace


Banco di saraghi fasciati
Autore: Bacigalupi

Un gambero pulitore su una murena
Autore: Bacigalupi

Una ciprea sui fondali di Portofino
Autore: Bacigalupi

La Secca dell’Isuela è un “panettone” roccioso con profondità da – 13 m ad oltre –50 m. La nostra visita si è limitata (per ragioni di sicurezza, dovendosi effettuare una seconda immersione) a – 36 m. Ma, credeteci, basta e avanza. A parte l’assenza delle corvine e della posidonia (e quindi della Pinna nobilis: i due parametri sono considerati come “non determinati” e quindi la media è stata conteggiata su 10 valori) in questo sito d’immersione si apprezza davvero la bellezza del Mediterrano. Il ricco popolamento delle specie ittiche rilevate, cernie, dentici e saraghi (sarago pizzuto, comune e fasciato) era completato da nuvole di castagnole e castagnole rosa, numerose murene e scorfani, pareti ricoperte da gorgonie, parazoanthus e leptopsammia, spirografi, cerianti e nudibranchi. Una bella orata ed un polpo timidissimo (con tutte quelle cernie e murene è normale) completano un quadro ancora parziale delle meraviglie di questo fondale. Ma non è finita, perché la corrente (oltre ad una notevole visibilità) ci ha portato ad tuffarci in un mare di organismi planctonici: meduse (Pelagia noctiluca), ctenofori, tunicati pelagici, pirosomi e molto altro. Non per niente siamo nel Santuario dei Cetacei, un mare che nutrito dalle correnti di risalita in primavera esplode di vita anche… in alto mare.

La Secca Gonzatti era forse meno varia nei suoi popolamenti di organismi invertebrati fissati alle pareti rocciose ma presentava una fauna ittica ancor più ricca della precedente. Il fondale visitato, da – 6 a – 30 m circa, verso terra si caratterizza per un misto di sassi con un bel posidonieto in cui però erano rarefatte le Pinna nobilis (forse prelevate in passato da sciagurati cacciatori di souvenirs?). Forse la presenza del posidonieto motiva le tantissime corvine osservate. Le cernie osservate sono più grandi che all’Insuela, mentre anche qui i dentici la fanno da padrone aggirandosi indifferenti alla presenza dei sub, scattando con rapidi guizzi per ghermire menole e castagnole. E tante anche le murene, sia nelle loro tane che in “libera uscita” a caccia tra gli scogli. Bellissimo!

21/05/2008
Cinque Terre

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Il progetto DES si è spostato alle Cinque Terre il 21 maggio. Anche in questo caso sono state effettuate due immersioni, questa volta nella Zona A (a massima protezione) dell’AMP. Greenpeace e NASE sono stati supportati non da un diving NASE ma da un altro Centro d’Immersione, il Diving Cartura di Levanto, con il sostegno diretto, cortese e competente, dell’Ente Gestore dell’AMP che ha inviato una collaboratrice per accompagnarci.


Aragosta a Punta Mesco

Autore: Bortolotto


Aragosta a Punta Mesco
Autore: Bortolotto


Le gorgonie rosse di Punta Mesco stanno
soffrendo per la sedimentazione eccessiva

Autore: Bortolotto



Grosso grongo intanato a Punta Mesco
Autore: Bortolotto



Sedimenti a Punta Mesco
Autore: Bortolotto


Grosso polpo in tana
Autore: Bortolotto

Le immersioni si sono svolte nei due versanti della Punta Mesco: la prima, che chiameremo Mesco 1, prevede un’immersione lungo la parete che guarda verso Monterosso, fino all’estremità sommersa della Punta (un fondale a circa – 35 m). La seconda (Mesco 2) prevede invece un’immesione sul versante che guarda verso Levanto. Entrambe le immersioni sono state effettuate ormeggiando il gommone ad una boa.  Le visite subacquee nella Zona A (in cui generalmente l’accesso è consentito solo per i controlli e la ricerca scientifica) sono permesse da una turnazione tra i Centri d’Immersione, gestita dall’Ente Gestore.

L’immersione Mesco 1 è stata certo la più interessante delle due soprattutto per la presenza di un bel popolamento di aragoste (che NON sono considerate nel monitoraggio) che arricchivano la franata che dalla parete di roccia digrada su un fondale sabbioso con un posidonieto in cui le Pinna nobilis non sembrano frequenti (il posidonieto è stato “sorvolato” a qualche metro di distanza…). Anche qui, posidonia uguale corvine. Una, forse due cerniotte e nessun dentice. Molti polpi anche di grossa taglia (ma troppe tane vuote lasciano sospettare una qualche forma di prelievo non autorizzato… speriamo di sbagliarci!). Il vero punto dolente dell’immersione era nella visibilità che, soprattutto sui 28 metri, in corrispondenza della “Punta” cala ancor di più. Il fondo è ricoperto da sedimenti finissimi: muovendo gli scogli si scoprono (resti dei) popolamenti soffocati. Il popolamento di gorgonie rosse sembra aver sofferto molto (pare ci sia stata una specie di epidemia, in passato) e certamente le condizioni attuali si addicono di più ad una gorgonia tipica dei fondi detritici come la Lophogorgia sarmentosa, che infatti prospera.

La Mesco 2, in apparenza più monotona, ha riservato comunque qualche sorpresa. Molto interessante l’habitat di massi di franata che, in direzione della Punta, conduce ad una secchettina coperta di roccia “organogena” che un tempo doveva essere ricchissima di vita e che, speriamo, con l’AMP possa tornare al suo meglio. Anche qui la sedimentazione era evidente, anche se la torbidità era inferiore ai livelli riscontrati nell’immersione precedente. Particolarmente interessante, oltre al popolamento di invertebrati ed alghe, la posidonia “abbarbicata” al substrato roccioso-organogeno. In cima a questa secchettina uno dei sub del gruppo ha avvistato un grosso pesce pelagico: forse una ricciola o un tonnetto. Il ritorno verso la nostra imbarcazione non è stato noioso: a pochi metri di fondo sono state viste un’aragosta, polpi, un’orata ed un grosso dentice che si aggirava in cerca di prede. Notevole la presenza di grandi esemplari di tordo verde per niente intimiditi dalla presenza dei sub.

 

03/06/2008
Capo Caccia/Alghero

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A dispetto di un maestrale piuttosto teso, il 3 giugno siamo riusciti ad effettuare due immersioni nell’AMP di Capo Caccia, vicino ad Alghero. A parte qualche problema nel controllo della pesca, l’AMP ci è sembrata in buone condizioni ambientali. Esistono boe che delimitano l’AMP ma non per l’ormeggio dei gommoni dei centri d’immersione (per lo meno, non per le immersioni che abbiamo effettuato…). Siamo stati accompagnati alla scoperta dei fondali di Capo Caccia da Marco Busdraghi dell’Adventure Diving, esperto conoscitore delle grotte che traforano in lungo e in largo queste pareti calcaree. Vale la pena ricordare che inoltrarsi in questi dedali senza una guida affidabile è assolutamente sconsigliato. Marco ci ha portato prima alla Grotta di Nereo, in pratica sotto la verticale del faro di Capo Caccia, e poi alla Grotta di Falco, o di Amfitrite, presso Punta Giglio. Le due immersioni sono entrambe in zona B dell’AMP.


Corallo rosso in grotta

Autore: Busdraghi


I lunghi tentacoli del cerianto
Autore: Busdraghi


Cernia bruna
Autore: Busdraghi



Il granchio facchino si nasconde
sotto una spugna

Autore: Giannì/Greenpeace



Una bella galatea
Autore: Giannì/Greenpeace


Grongo nella sua tana
Autore: Busdraghi

Sub in grotta
Autore: Busdraghi


La mostella è un tipico
pesca da grotta

Autore: Giannì/Greenpeace


Spugne nelle pareti delle grotte
Autore: Busdraghi



Un ramo di corallo a – 6 metri
sopravvissuto alla moria

Autore: Busdraghi

La Grotta di Nereo fa parte del complesso sistema di cunicoli che attraversa la falesia di Capo Caccia. Ne abbiamo esplorato solo una minima parte, ma qui di immersioni se ne potrebbero effettuare a decine. Siamo subito scesi sul fondo a c.a. – 30 metri dove si apre una spelonca (in realtà, più aperture separate) le cui pareti sono ricoperte di un popolamento di coralligeno eccezionale in cui spiccavano bellissimi rami di corallo rosso e una magnosa di notevoli dimensioni. Entrati in grotta, le pareti erano tappezzate da Parazoanthus axinellae che all’interno cedevano il posto alla Leptopsammia pruvoti e a spugne e briozoi. Notevole popolamento di crostacei (aragoste, Stenopus, gamberi, granchio facchino, galatee e una rara Munida rugosa), e pesci come Apogon, molti cappellani e due mostelle (Phycis phycis) di taglia notevole. All’uscita, la guida ci ha fatto cenno di poggiarci su una specie di “balconata”. Sotto di noi, su un fondale caratterizzato da massi enormi, saliva un banco di grosse corvine e le cernie, alcune piuttosto grandi, sorvegliavano le loro tane mentre grandi saraghi si accompagnavano a banchi di salpe nello “spiluccare” sugli scogli. Insomma, davvero una gran bella immersione!

La Grotta di Falco è perfetta come seconda immersione che, si sa, deve essere meno profonda della prima. E cosa c’è di meglio che un popolamento di corallo a cinque metri di profondità? Purtroppo, gran parte del popolamento è morto qualche anno fa (nel 2003) quando le acque superficiali della zona, prive del naturale ricambio, hanno raggiunto i 28°C. Tuttavia, una percentuale tra il 2 ed il 5% delle colonie è riuscita a sopravvivere.
Ci si immerge dunque in un fondale che non supera i 12/15 metri di profondità. La parete presenta ampie aperture e nelle aree più esposte ci sono bei popolamenti a gorgonie gialle. Il fondale antistante è roccioso misto a sabbia, a tratti con un posidonieto rado ma in buone condizioni in cui però manca la Pinna nobilis che ci dicono presente in buon numero nelle rade di Alghero e Porto Conte.
Sulle rocce, oltre al corallo, c’è tutto un mondo pieno di vita da osservare. Le pareti sono ricoperte da Parazoanthus, spugne, briozoi. Sulle rocce, su cui si poggiano gli scorfani mimetici, un paguro bernardo passeggia con le sue attinie mentre attorno “pascolano” grossi saraghi. Il momento più interessante però è stato l’incontro con un grosso grongo che aveva come vicina di casa una cernia davvero grande.  E, a guardar bene, di cerniotte ce ne sono qui intorno, ma se ci avviciniamo vanno via. Un po’ di diffidenza c’è…

04/06/2008
Capo Carbonara/Villasimius

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L’impetuoso maestrale che soffiava sulla costa occidentale della Sardegna ci ha convinti a “ripiegare” su altri versanti dell’isola, ma dire che Capo Carbonara, nei pressi di Villasimius, è un ripiego è davvero un imbroglio! Il sito è bellissimo, sopra e sott’acqua, anche se una grande città, ed un grande porto, come Cagliari non è distante.
Qui il granito la fa da padrone, con i colori meravigliosi della pietra e del mare che si rincorrono a creare una tavolozza sensazionale. E sott’acqua la vita esplode in mille forme e colori. Non è che il vento qui non ci sia, ma siamo riusciti ad evitare le raffiche più forti partendo la mattina presto del 5 giugno accompagnati da Marco Marroccu e Narciso Cocco, del Diving Bolla Blu, grandi esperti dei fondali della zona che ci hanno condotto alla Secca di Santa Caterina e ai Variglioni dell’Isola di Cavoli (giusto di fronte a Capo Carbonara).


Un bel sarago pizzuto

Autore: Giannì/Greenpeace


Una curiosa cerniotta
Autore: Giannì/Greenpeace


Gruppo di barracuda
Autore: Giannì/Greenpeace



Grancevola: attenzione, pizzica!
Autore: Giannì/Greenpeace



Una bella galatea
Autore: Grace/Greenpeace


Un verme piumato, la Protula
Autore: Cocco

Paesaggio in grotta
Autore: Cocco


Gorgonie rosse
Autore: Cocco


Primo piano di uno scorfano rosso
Autore: Cocco


Spugne e parazoanthus
Autore: Cocco

E’ difficile mancare la Secca di Santa Caterina. Un’enorme boa piantata sul fondale di granito segnala l’ostacolo sommerso della secca che raggiunge una profondità minima di – 8 metri. Siamo scesi su un fondale a circa – 10 metri. La corrente era scarsa: l’immersione è quindi relativamente semplice ma l’acqua non è proprio cristallina (anche se la visibilità è ottima) e ci dicono (poi…) che di pesce ce ne può essere anche di più. Ma in realtà, qui di pesce ne abbiamo visto tantissimo! Il punto forte dell’immersione è infatti il ricco popolamento di cernie: non solo la più comune cernia bruna ma anche la cernia dorata o “dotto”. Se la cernia bruna tende a stazionare nei pressi del fondale, la cernia dorata, dal profilo più affilato, nuota a qualche metro di distanza dal fondo: passare sotto un branco di una decina di cernie dorate, che ammiriamo sullo sfondo della superficie del mare (venti metri più su) è uno spettacolo magnifico. Tantissimi anche i saraghi e le corvine, mentre non abbiamo visto dentici. Ci siamo “accontentati” avvistando un paio di splendide granceole, un esemplare notevole di magnosa e grandi sciami di castagnole, menole e salpe insidiate da un paio di barracuda. Peccato per la presenza di qualche palamito abbandonato (da tempo?) sul fondo. All’uscita, una domanda s’impone: siamo arrivati fino a – 30 metri, come mai non ci sono gorgonie? Pare che questo non sia il posto “giusto”: ma ai Variglioni è tutta un’altra storia…

I Variglioni sono una serie di piccoli scogli che fanno da contorno all’estremità dell’isolotto di Cavoli che è il naturale prolungamento verso sud di Capo Carbonara. Anche qui il fondale è granitico ma è presente un popolamento, relativamente rado ma in buona salute, di posidonia. Ci sono enormi massi sotto i quali la vita pullula: passare in queste “grotte” è emozionante ma forse, sarebbe più saggio illuminarli dall’esterno e prevenire possibili urti e danni ad una fauna coloratissima.
Come promesso, qui le gorgonie ci sono e sono bellissime: la gorgonia rossa si alterna alla gialla e la fauna ittica, forse meno numerosa che a S. Caterina, è però più varia. Oltre alle cernie (più piccoline), ai saraghi e alle corvine (enormi…), abbiamo avvistato qualche orata e un branco di barracuda che insidiava le castagnole a pochi metri di fondo. Sempre a bassa profondità, il sito è inoltre frequentato da grossi cefali e non mancano anfratti e spaccature piene di vita: i parazoanthus, insediati sulle pareti di granito (all’ombra…), giungono a meno di 3 metri di profondità! Nota stonata, la “scoperta” sul fondale roccioso-sabbioso a –33 metri, di tracce di un popolamento di Caulerpa racemosa. Speravamo che la Sardegna ne fosse immune ma non è così.

05/06/2008
Tavolara (Secca del Papa)

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L’Isola di Tavolara fa parte di un arcipelago situato pochi km a sud di Olbia, che comprende anche l’isola di Molara, l’isolotto di Molarotto e numerosi scogli. E’ notevole il contrasto tra l’enorme prisma bianco del calcare di Tavolara e l’aspetto appiattito ma coloratissimo del granito di Molara. Sulla costa, anche con i venti peggiori, il mare è sempre calmo. L’AMP protegge, a livelli differenti di tutela, tutte le isole dell’Arcipelago e Tavolara per anni è stata “tutelata” dalla presenza di una base militare che impediva l’accesso a gran parte dell’isola. Ancora oggi, parte dei fondali circostanti Tavolara sono inclusi nella zona A, delimitata da boe, in cui non si può entrare. In zona B è invece uno dei punti d’immersione più famosi d’Italia: la Secca del Papa. Il 6 giugno ci ha condotti alla scoperta di questo “monumento della subacquea” Andrea Severino del Diving Center Acquarius. Purtroppo, è stata l’unica immersione realizzata in questa AMP.


Una bella cernia

Autore: Severino


Corvina
Autore: Severino


Una parete di Gorgonie rosse
Autore: Severino



Variante di gorgonia rossa
con estremità gialle

Autore: Severino



La gorgonia parassita,
Paraeritropodium coralloides

Autore: Severino


Leptopsammia in grotta
Autore: Severino

Una stella che viene dal freddo:
Martasteria glacialis

Autore: Giannì/Greenpeace


Medusa sul sommo della secca
Autore: Severino


Una grotta piena di vita
Autore: Bianchini


Una vacchetta si nutre su una spugna
Autore: Severino

La Secca del Papa è in realtà piuttosto estesa e vi si possono effettuare almeno due immersioni: Papa 1 e Papa 2. Ci siamo quindi diretti alla boa di ormeggio situata su questo secondo punto d’immersione ed il fatto che il sito fosse “occupato” da un altro diving (in una qualunque giornata di giugno) la dice lunga sulla fama del posto. Pienamente meritata.
Dopo qualche minuto di attesa abbiamo iniziato la nostra discesa su un picco roccioso che ha il suo culmine a c.a. – 24 metri e scende, con pareti verticali piene di spaccature, fino ad oltre 45 metri di profondità dove inizia la sabbia. Le pareti della Secca del Papa sono giustamente famose per il ricchissimo popolamento di gorgonia rossa che qui assume talvolta, sugli apici, anche un colore giallo. Alla Secca del Papa non mancano le “vere” gorgonie gialle e la gorgonia parassita Paraeritropodium coralloides.
Tra le gorgonie, molte grosse cernie (quasi tutte cernie brune, ma sono state avvistate anche due cernie dorate) piuttosto tranquille che si lasciavano avvicinare abbastanza. Non mancavano saraghi e corvine ma anche qui… niente dentici! In compenso, abbiamo visto un paio di magnifiche murene e sulle rocce, popolate fittamente da Parazoanthus, Leptopsammia e spugne, un popolamento molto vario di stelle marine: Hacelia attenuata, Ophidiaster ophidianus e la Martasteria glacialis, che come dice il nome è un “ospite” che è arrivato nel Mediterraneo durante l’era glaciale e che, evidentemente, ci si è trovata benissimo. Come un Papa!

16/06/2008
Plemmirio

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Il 16 giugno il DES si è trasferito nella sua tappa più meridionale: l’AMP del Plemmirio, nei pressi di Siracusa. Ci hanno accompagnato Corrado Gennuso e Francesco “Ciccio” Corso, dell’Associazione Sportiva Archidiver che hanno contattato l’Ente Gestore dell’Area Protetta. Ci siamo potuti quindi immergere, accompagnati da Gianfranco Mazza che è responsabile della promozione ed educazione ambientale per l’AMP Plemmirio, nella zona A dell’Area Protetta. Abbiamo visitato i siti della Lingua del Gigante e della Grotta del Capo.


Il pesce pappagallo è tipico del
Mediterraneo orientale

Autore: Grace/Greenpeace


A 40 metri, in fondo alla
Lingua del Gigante

Autore: Gennuso


Se la Caulerpa prolifera (laminare) è
tipica del Mediterraneo, la C. racemosa
è un invasore recente.

Autore: Gennuso



La flabellina è un nudibranco, una
coloratissima lumachina di mare

Autore: Gennuso



Anche il pericoloso vermocane è
tipico del Mediterraneo orientale

Autore: Gennuso


Liberazione di una mostella dalla
rete trovata in zona A

Autore: Gennuso

Anche questo paguro è stato liberato
Autore: Gennuso

Il pezzo di rete salpato dal personale
dell’AMP Plemmirio

Autore: Giannì/Greenpeace


Particolare di una triglia catturata
nella rete in zona A

Autore: Giannì/Greenpeace

Sul sito della Lingua del Gigante la parete rocciosa scende a picco fino a circa 8 metri per poi cedere il posto ad un grosso canalone col fondo sabbioso: appunto, la lingua del gigante. Più giù, i massi di franata arrivano fino a 40 metri. Purtroppo, di pesci grandi ne vediamo pochi (ci dicono che per i grandi pesci il posto migliore è la Secca davanti al Capo). Si vede che questo è un “altro” mare: ad esempio, ci sono un sacco di pesci pappagallo. Nel Mediterraneo lo Scarus cretensis è comune nel bacino orientale: qui la specie è al suo limite occidentale anche se, forse per il riscaldamento del Mediterraneo, la specie pare in espansione. Lo stesso dicasi per il bellissimo, e pericoloso,  vermocane (Hermodice carunculata): le sue setole non servono solo per spostarsi ma sono pericolose armi da difesa, fragili e… velenose! Chi le tocca non le dimentica.
Sulle rocce, la parete in superficie è ricoperta soprattutto dagli Astroides, mentre le grotticelle create dai massi sono tapezzate dalla Leptopsammia.  In quest’ambiente, dove prevale una copertura di alghe brune e rosse, abbiamo avvistato murene, scorfani, tordi, polpi, una cerniotta e anche una magnosa ed un’aragosta. Peccato per l’estesissima copertura di Caulerpa racemosa che, accompagnata dalla Caulerpa prolifera (specie tipica del Mediterraneo) ci ricorda di quanto fragile sia la bellezza del Mare Nostrum. D’altra parte, la C. racemosa è presente qui da tantissimo (ce lo conferma Gianfranco Mazza) e per fortuna non si segnalano problemi particolari, tanto meno al posidonieto.

La Grotta del Capo è una grotta passante, ampia e quindi agevole,  che in pratica trafora l’estremità del Capo Murro di Porco. E’ un’immersione semplice ma molto gradevole. L’ampia apertura della grotta (tra 6 e 12 metri) permette il passaggio a sub che abbiano un buon assetto. L’interno è relativamente illuminato (in pratica, più che una grotta è un tunnel) con un interessante popolamento di spugne, briozoi e celenterati. Come nell’immersione precedente, non macano qui vermocani e pesci pappagallo, a ricordarci che siamo in pratica in “zona di confine” tra Mediterraneo orientale ed occidentale.
Fuori dalla grotta, il fondale degrata dolcemente verso i – 24 metri. E’ piacevole aggirarsi tra i grossi massi e, con le torce, esplorare gli anfratti. Ci dicono che, ad esempio, non è raro qui trovare magnose e mostelle. Anche noi le abbiamo viste, ma non nel migliore dei modi! Nel corso della nostra esplorazione abbiamo infatti trovato una rete, probabilmente piazzata una o due sere prima, da cui appunto abbiamo liberato due mostelle e due magnose. Altri organismi, che in teoria qui dovevano godere di totale protezione, erano intrappolati nella rete: tra le catture si riconoscevano mostelle, triglie e tordi. Dobbiamo riconoscere che il personale dell’Area Protetta è immediatamente intervenuto, riuscendo a salpare subito un pezzo di rete (il tempo si è messo al brutto) ma i problemi sono cominciati quando si è trattato di informare la Guardia Costiera che, addirittura, ha minacciato il personale dell’Area Protetta di aver “rubato” la rete (che pescava in zona vietata!). Insomma, si capisce che qui c’è qualcosa che non funziona…

17/06/2008
Isole dei Ciclopi

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Anche in quest’AMP siamo stati accompagnati, per una delle due immersioni, dall’Ente Gestore che ci ha permesso di visitare il cuore dell’area protetta, la zona A.  Il 17 giugno ci siamo immersi, accompagnati dal Direttore dell’AMP, Emanuele Mollica, e dal suo staff nel versante Nord Est dell’Isola Lachea, di fronte al porto di Aci Trezza. Successivamente, abbiamo effettuato una seconda immersione sotto il castello di Aci Castello, in zona C dell’Area Protetta. Alla logistica delle nostra immersione ha provveduto Orazio Motta e  Francesco Innorta della A.S. Sommozzatori Jonica Diving School, mentre Nino Pulvirenti, anziano ma vispissimo sub che frequenta da decenni questi fondali, ha guidato le nostre due immersioni.


 Il vermocane è tanto bello quanto
pericoloso: non toccare!

Autore: Grace/Greenpeace


All’Isola Lachea, oltre la Pinna nobilis,
è presente la più rara Pinna rudis

Autore: Grace/Greenpeace


Gorgonia gialla (Eunicella cavolinii)
Autore: Grace/Greenpeace



La simbiosi tra paguro e anemoni è un
classico della biologia marina

Autore: Giannì/Greenpeace


Liberazione di una granceola (pizzica!)
da una rete in zona A

Autore: Gennuso


Sui fondali di Aci Castello i
piccoli scorfani cacciano
la minutaglia abbondante nella zona

Autore: Grace/Greenpeace

Purtroppo, i fondali dell’Isola Lachea sono, a quanto pare, solo un ricordo di quello che doveva essere un tempo un ecosistema bellissimo. Di pesci di una certa taglia non ne abbiamo visti, se non una piccola cernia che è fuggita a notevole distanza da noi. Il popolamento di invertebrati non è male (Astroides, paguro bernardo, vermocane, gorgonia gialla, Pinna nobilis e la più rara Pinna rudis) ma, a parte qualche scorfano, tordo o i “soliti” pesci pappagallo, non abbiamo visto pesci di taglia più che minima. Eppure il fondale, sia pure con la presenza della Caulerpa racemosa, promette bene: grandi massi, tane e canaloni con fondo sabbioso!
La spiegazione, anche qui, si è trovata presto: non una ma ben due frammenti di reti (in zona A!) ci confermano che anche qui ci sono enormi problemi di rispetto delle Leggi. Nel frammento che abbiamo trovato noi (una rete di nylon monofilamento) abbiamo potuto liberare vive due granceole. Un altro pezzo di rete (tramaglio) è stato salpato dal personale dell’AMP. Come fanno i pesci a tornare in quello che una volta doveva essere un vero paradiso?

Con questi chiari di luna, non era facile attendersi di meglio dalla nostra seconda immersione, per giunta solo in zona C dell’AMP. E in effetti, i fondali davanti il bellissimo Castello di Aci Castello non ci hanno riservato nessuna sorpresa. Oltre alla solita fauna di invertebrati tra le rocce (dagli astroides ai vermocani) il popolamento ittico non presentava pesci di taglia se non qualche grosso pesce pappagallo ed un banco di salpe intente a brucare sugli scogli. Casomai, sembrerebbe promettere bene il ricchissimo assortimento di banchi di avannotti ed esemplari giovanili che affollano il sito, in particolare ove la franata di grandi massi si conclude, sui 18/20 metri, su un fondale sabbioso. Insomma, questa pare una tipica “nursery area”, dove i giovanili trovano sostegno e riparo (non troppo: ci sono un sacco di piccoli scorfanotti che evidentemente approfittano di tanta abbondanza). Basterebbe forse che questo mare fosse tutelato e rispettato per davvero, per trasformarlo in un paradiso. Ma al momento, qui c’è ben poco da vedere. Peccato!

19/06/2008
Porto Cesareo

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Le avverse condizioni meteomarine ci hanno impedito di effettuare le immersioni programmate a Capo Rizzuto (e, dopo, a Torre Guaceto) ma la bravura di Salvatore “Sasà” Gubello, e la bellezza dei fondali di Porto Cesareo, ci hanno ripagato del tempo “bruciato” dal mare mosso. Il 19 giugno Sasà (ovvero: il Sasà Sub Diving Center!) ci ha infatti portato a vedere un posto davvero indimenticabile, che non a caso lui chiama il Paradiso, ed un altro niente male, gli Archi. Entrambi (chissà perché, soprattutto il primo…) “solo” in zona C dell’Area Marina Protetta.


 Anemone sul fondale sabbioso
Autore: Gubello


Le bellissime spugne candelabro
di Porto Cesareo

Autore: Gubello


Coppie di Phyllidia flava depongono
le uova sulle spugne

Autore: Gubello



Le margherite di mare (Parazoanthus
axinellae
) sulla spugna axinella

Autore: Gubello


Una piccola cernia dorata (o bianca)
a Porto Cesareo

Autore: Gubello

L’aplidium è un’ascidia coloniale
Autore: Gubello



Anche le clavelline sono ascidie
Autore: Gubello


Spugne e briozoi nella grotta
“della maschera”.

Autore: Gubello


Piccolo ma coloratissimo,
un maschio di peperoncino giallo

Autore: Gubello


Una pinna enormis più che nobilis,
colonizzata da spugne

Autore: Gubello

Tracce di “raccolta” dei datteri
di mare (Lithophaga lithophaga)

Autore: Giannì/Greenpeace


Fotografato in zona C
dell’Area Marina Protetta!

Autore: Giannì/Greenpeace

Il Paradiso, come lo chiama Sasà, è un fondale semplicemente strepitoso con una biodiversità elevatissima! A circa 30 metri di profondità, dalla sabbia si levano piccoli e medi massi ricoperti da roccia “organogena” cioè prodotta dal concrezionamento di alghe, spugne, briozoi e vermi tubicoli. Il fondale è ricchissimo di grandi spugne a candelabro: sia Axinella polypoides che Axinella cannabina. E mentre sulla prima è frequente rinvenire i parazoanthus (che non a caso si chiamano Parazoanthus axinellae!) sulla seconda, come macchie di colore, si trovavano numerosissime coppie di Phyllidia flava, magnifici nudibranchi, intente ad accoppiarsi e a deporre le uova! E poi, anche senza posidonia (non è davvero il fondale adatto) tantissimi esemplari di Pinna nobilis, non di rado lunghe quasi (o più) di un metro! Insomma, di tutto! Tranne, purtroppo, i grossi pesci che, ancora una volta, mancano all’appello. Qualche triglia, e piccole cerniotte (cernia comune e cernia “bianca” o dorata) lasciano capire che con qualche tutela questo sarebbe davvero un paradiso. E invece, abbiamo pure fotografato gente che in piena AMP, in zona C, si permette (di giorno!) di cacciare col fucile subacqueo!

Gli Archi sono un altro “pezzo” dei fondali di Porto Cesareo che merita una visita. Si tratta in pratica di un fondale calcareo, con grotte ed ampi canaloni, che un tempo doveva essere ben più ricco di vita. Si vedono bene le tracce dello scempio dei “datterai” che per raccogliere i datteri di mare non hanno esitato a sbancare ampi tratti di roccia. Era un “mestiere” comune, fino a qualche tempo fa, e lo stesso Sasà non fa mistero di aver praticato quest’attività. Almeno lui ha smesso ed ha capito che rischi stiamo correndo, ma quanti continuano con questa follia?
Tornando al fondale, la parte più bella è certo quella delle grotte. Nota di merito di Sasà: ce ne indica una ma è troppo stretta e non ci fa entrare: il rischio di far danno è troppo alto! E allora entriamo in quelle più ampie ma non per questo meno belle e tutto un mondo di spugne e briozoi esplode alla luce delle nostre torce. Fuori grotta, assieme ai detriti di conchiglie e roccia lasciati dai datterai, si trovano nudibranchi, polpi, ofiure, vermocani. Pesci, al solito, pochi. Piccole cerniotte, qualche sarago, ghiozzi, triglie, tannute, labridi e salpe. Sulla sabbia, grandi cerianti e tante oloturie. Che doveva essere, una volta, questo posto!

11/07/2008
Tor Paterno

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Che bella sorpresa il “mare di Roma”! L’11 luglio ci siamo immersi nell’AMP che tutela la Secca di Tor Paterno, una “montagna sommersa” che si erge dal fondale sabbioso a circa 4,5 miglia nautiche dal litorale a sud di Ostia. La logistica per l’immersione è stata preparata da Claudio Fia del Dolphins Ostia Sub e ci accompagna sul sito Antonio De Vellis, del Tor Paterno Diving Center, con il suo staff.


 Le boe per l’ormeggio dei diving
Autore: Giannì/Greenpeace


Cernia in tana.
Autore: Giannì/Greenpeace


Non è facile vedere di giorno una
murena fuori tana.

Autore: Grace/Greenpeace



Orata sulla posidonia.
Autore: Giannì/Greenpeace

Un polpo si affaccia dalla sua tana
Autore: Giannì/Greenpeace

La stella Chaetaster longipes
è piuttosto rara

Autore: Giannì/Greenpeace




Niente lascia sospettare che lo spirografo
sia un lontano parente del lombrico

Autore: Giannì/Greenpeace


A pesca nell’Area Marina Protetta…
Autore: Giannì/Greenpeace


Tracce di reti sui fondali di Tor Paterno
Autore: Giannì/Greenpeace

Dopo una tranquilla navigazione in gommone arriviamo nell’AMP: l’inizio non è dei migliori. L’AMP infatti è ben segnalata, tra l’altro anche dalle boe per l’ormeggio per i diving, ma ci troviamo una barca con due persone che pescano con la canna. A poca distanza, una vedetta della Capitaneria. A fine immersione i pescatori non ci sono più e speriamo che la Capitaneria sia intervenuta. Certo, come deterrente non pareva granché.

Ormeggiamo alla boa n.4 e ci tuffiamo in un’acqua molto torbida: il Tevere ed il litorale laziale (sabbioso e sovrappopolato) sono molto vicini! Ma come spiegatoci nel briefing, appena qualche metro più in giù la visibilità è molto migliore e planiamo senza problemi su un fondale roccioso, sui venti metri, intervallato da chiazze e canaloni sabbiosi. Ci sono chiazze di posidonia in buone salute, con Pinna nobilis anche grande ma un po’ troppo “rada”. Spiccano sul fondo lenze e palamiti e quel che sembra un residuo di un “sacco” di rete (a strascico)? Dicono che ogni tanto qui qualche rete si trova.

Il fondale sembra monotono, ma le nostre guide sanno quello che fanno e cominciamo a vedere i primi dentici, cerniotte e… cernione. Peccato che siano così diffidenti, perché come popolamento non è male. Ci sono anche salpe, saraghi e tannute. Belle le murene, anche fuori tana, e qualche grosso polpo. Tra gli invertebrati, oltre a briozoi, spugne, gorgonie gialle e bianche, spirograti e stelle di mare: Hacelia attenuata e una meno comune Chaetaster longipes. Il momento più emozionante è però il passaggio  dell’acquila di mare! Mi giro e, dietro di noi, passano vicinissime tre palamite che immagino volessero capire l’origine di tutte quelle bolle sott’acqua.
Spinti anche da una leggera corrente abbiamo “pedalato” parecchio e siamo emersi… alla boa n.6. Insomma, abbiamo fatto due immersioni in una, esplorando una bella fetta del “cappello” della secca. Ci dicono che le cadute esterne, fino a c.a. 40 metri di fondo, sono anche ricche di gorgonie rosse, alcionari ed altro. I sub ci confermano che l’AMP qui sta facendo un buon effetto e il pesce è in aumento: magari, oltre a migliorare il controllo, una bella ripulita per levare reti e lenze non guasterebbe.

12/07/2008
Ventotene

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Nell’estate 2007 la Rainbow Warrior di Greenpeace aveva avuto una calorosa accoglienza a Ventotene. Quest’anno il DES non è stato da meno: oltre a una fantastica ospitalità e a due immersioni stupende abbiamo presentato il nostro lavoro ad un pubblico attento di locali, turisti e… sub! Col preziosissimo supporto logistico degli amici della Lega Navale di Ventotene (Rodolfo e Francesca), ci siamo immersi accompagnati dal Diving World Ventotene:  Valentina, Dario e tutto lo staff sono stati gentili e affidabili, accompagnandoci il 12 luglio alla Secca della Molara e il 13 luglio alla Secchitella. La Secca della Molara è al limite della Zona A dell’AMP nei pressi dell’isolotto di S. Stefano.


 Il barracuda, o luccio di mare, è un
innocuo predone

Autore: Giannì/Greenpeace


Le grosse cernie sono tutte maschi.
Autore: Grace/Greenpeace


Gli ctenofori assomigliano alle meduse,
ma non pungono!

Autore: Giannì/Greenpeace



Un’oloturia circondata dal falso corallo
Autore: Giannì/Greenpeace

Una murena fuori tana. In primo piano,
Caulerpa racemosa

Autore: Giannì/Greenpeace

Una Hacelia attenuata e
due Ophidiaster ophidianus.

Autore: Giannì/Greenpeace

Il riccio diadema è una specie rara
del Mediterraneo.

Autore: Giannì/Greenpeace


Una giovane tannuta addormentata
su uno scoglio.

Autore: Giannì/Greenpeace


Il granchio dell’Atlantico subtropicale,
Percnon gibbesi.

Autore: Grace/Greenpeace

E’ una cresta rocciosa fiancheggiata da massi, sabbia ed un posidonieto in buone condizioni ed è un peccato che anche qui la Pinna nobilis sia così rara, anche se non mancano gli esemplari grandi. Dopo una breve pinneggiata su un fondale intorno ai 15 metri, su un pianoro sabbioso incontriamo un banco di grossi barracuda che sostano a pochi metri dal fondo. Poco dopo, l’incontro con la prima cerniotta e in breve ci accorgiamo di essere circondati dalle cernie (c’è stato un momento che ne vedevo 6, contemporaneamente). Le cerniotte fino a mezzo metro si lasciano avvicinare facilmente. Quelle più grandi si allontanano con molta dignità, ma sono riluttanti a lasciare il loro territorio. Una infatti, enorme, decide di tornare indietro e mi guarda da un metro di distanza, muovendo gli occhi a scatti. Sulla via del ritorno, mentre osservo dei tordi davvero giganteschi (sono labridi, non uccelli!) mi capita di restare indietro mentre tutti si avvicinano ad un altro banco di barracuda… che decidono di allontanarsi tranquillamente passando proprio dalle mie parti. Finisco in un branco di siluri color acciaio, alcuni lunghi un metro e mezzo. Fortuna che ai sub non fanno nulla!

Il giorno dopo, alla Sicchitella, il cielo è cupo per lo scirocco ma l’acqua è limpidissima. Il vento deve aver mosso lo strato superficiale del mare, facendo arrivare sotto costa un banco di ctenofori. Il fondo comincia sui 23 metri e la secca rocciosa ospita un posidonieto bellissimo che prosegue nel fondale sabbioso a profondità stimate (ad occhio) sui 40 metri. Noi ci siamo infatti tenuti intorno ai 30 metri e così siamo stati più a lungo ad ammirare un fondale con meno pesci “giganti” ma tutto sommato più vario. Ad esempio, oltre alle cernie brune qui c’è un gruppo di una dozzina di cernie dorate che staziona ad una decina di metri dal fondale. Sempre a mezz’acqua, grosse tannute che parevano assaggiare gli ctenofori. Sulle pareti rocciose  gorgonie gialle, molta vita “incrostante”, stelle marine come Hacelia attenuata e Ophidiaster e ben due esemplari di riccio diadema.

Da segnalare, ad inizio immersione, un breve, ed ampio, tunnel completamente ricoperto di spugne ed altre forme di vita. Purtroppo, qui come alla Molara c’è la Caulerpa racemosa che non è l’unica specie aliena della zona: sotto costa abbiamo avvistato anche il granchio Percnon gibbesi proveniente dall’Oceano Atlantico.
In conclusione, a Ventotene le immersioni molto belle e l’effetto riserva di vede. Certo, l’AMP potrebbe fare qualcosa di più: ci dicono che ogni tanto qualche bracconiere arriva (anche da isole vicine…) e forse sarebbe saggio dotare i punti d’immersione di boe per l’ormeggio delle barche dei diving, per eliminare gli impatti sul fondale. Infine, non si insisterà mai abbastanza nel “legame” che unisce terra e mare: abbiamo visto sulla costa alcuni scempi, con scavi e cumuli di terriccio che alle prime piogge dilaveranno in mare. Qualche effetto sulla limpidezza dell’acqua è già rilevabile. Ma per Ventotene, il mare non è una preziosa risorsa da tutelare?

19/07/2008
Pianosa

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Il 19 e 20 luglio abbiamo concluso, e alla grande, questo primo anno di vita del DES: a Pianosa! L’isola ed il mare circostante sono inclusi nel Parco dell’Arcipelago Toscano e l’Ente Parco ci ha autorizzati ad effettuare queste immersioni: ringraziamo con gratitudine. Un grazie ancora maggiore a Stefano Caprani del Marina di Campo Diving Boat che ha messo a disposizione staff, barca e grande competenza,e a Michele Cocco, guida ambientale. Il 19 ci siamo immersi alla Secca della Scola e alla Secca dei Dentici mentre il 20 siamo stati alla Scola, all’Obelisco e a Punta Secca.


 Due tursiopi nelle acque di Pianosa
Autore: Giannì/Greenpeace


Un sub a Pianosa
Autore: Cocco


La ricciola è un predatore molto curioso
Autore: Cocco



Il barracuda è uno dei pochi predatori
marini che opera “in gruppo”

Autore: Cocco

Un dentice addormentato sulla posidonia
Autore: Giannì/Greenpeace

Un bellissimo posidonieto è il segreto
della ricchezza di vita del mare di Pianosa

Autore: Caprani

in fondo al tunnel, un banco di dentici!
Autore: Cocco


Un primo piano di una Hypselodoris
Autore: Grace/Greenpeace


Per le acque molto limpide, le gorgonie
rosse a Pianosa vivono molto
in profondità.

Autore: Caprani


Ll’aquila di mare, posata sul fondo,
si “invola” non appena ci avviciniamo.

Autore: Caprani


Uno scorfano rosso sugli scogli.
Autore: Caprani



Spugne e gorgonie sono organismi
coloniali che si nutrono filtrando
il plancton.

Autore: Caprani


L’enorme grotta dell’Obelisco.
Autore: Caprani


Purtroppo, anche a Pianosa è
arrivata la Caulerpa racemosa.

Autore: Caprani


Un piccolo pezzo di rete di nylon
recuperato all’obelisco.
Autore: Giannì/Greenpeace

La Secca della Scola è un affioramento tufaceo che si trova a qualche centinaio di metri a sud della Scola (un isolotto separato da Pianosa). Appena in acqua, puntiamo sul fondale dove cominciano a comparire le prime gorgonie, prima gialle e poi rosse. Peccato per qualche lenza persa (pare, tutte vecchie) e anche una lieve mucillagine (d’altra parte, la stagione è avanti…). Esplorando le pareti ci cominciamo ad “abituare” a capire il pesce di qui: c’è, è curioso ma un po’ diffidente. Si lascia guardare ma non avvicinare. E così, troviamo, tra i massi ricchi di vita (nudibranchi, spugne, cerianti…) e purtroppo con un po’ di Caulerpa racemosa, non meno di 6 cernie davvero grosse. Quelle piccoline (diciamo intorno al mezzo metro) non le contiamo più. Dal blu, cominciamo a percepire la presenza dei dentici che forse prendono pian piano confidenza… fino ad un certo punto. Li vediamo pattugliare scogli e posidonieto con calma e diffidenza. Risalendo, sul cappello, esteso, della secca ci sono un sacco di spaccature. In una ci troviamo una cernia grossotta che si schiaccia sulla parete per non farsi vedere. In un’altra, una, due… dodici bellissime corvine (una è enorme!) ci guardano e ci “parlano” (con i loro tipici scricchiolii) di un mare stupendo. Perché non è tutto così, il Mediterraneo?

La Secca dei Dentici è all’estremità nord di Pianosa. Visto quello che c’è sotto, la si poteva anche chiamare in molti altri modi. Appena in acqua, ci passa sotto un banco di grossi barracuda. Scendiamo lungo la parete verticale, da 4 a 30 metri circa, e cercando di orientarci nel paesaggio scopriamo che anche qui ci sono vecche lenze, ma almeno non c’è né mucillagine né Caulerpa racemosa. Sul fondale sabbioso, a 28 metri, scopriamo un’acquila di mare. Come ci avviciniamo, vola via con la sua lunghissima coda. Dietro di lei, scorgiamo i primi dentici. Il posto “importante” per loro è un versante laterale della secca che scende dolcemente ed è un posidonieto bellissimo, con grosse Pinna nobilis. Su questo posidonieto, oltre ai dentici, scorgiamo qualcosa di diverso. Ci avviciniamo: ricciole, lunghe poco meno di un metro. Sono curiose ed il gruppetto si lascia avvicinare. Tutt’intorno a noi, cernie. Grandi e piccole. Mi viene quasi da piangere. Torniamo indietro e ritroviamo il banco dei barracuda. Mi fermo in cima alla secca e loro mi girano intorno. Nel gruppo s’infila anche qualche ricciola e una murena viene su dalla secca guardando, con fare interrogativo, questo strano pesce che emette rumorose bolle ma che, almeno per questa volta, sta solo a guardare.

Il 20 luglio ci siamo subito diretti alla Scola, un isolotto nei pressi di Pianosa, non senza aver ammirato le evoluzioni dei tursiopi. Il fondale è caratterizzato da “salti” di roccia tufacea ricoperti da posidonia, tranne un versante esterno che precipita sui 35 metri. E’ qui, nuotando nel blu, che uno dei nostri è stato “ispezionato” da un enorme tonno rosso! La parete sul fondo non era male, con spugne, briozoi, spondili e stelle di mare, ma l’acqua sotto i 20 metri è moto fredda: i pesci sono tutti sopra il termoclino. E così, risalendo sul posidonieto, troviamo la palestra dove i giovani dentici vengono ad allenarsi alla caccia della minutaglia che si alimenta, e rifugia, nel posidonieto. Non mancano i “capi famiglia”: dentici di grosse dimensioni che, come le cernione in tana, non sono tranto propensi a farsi avvicinare. Qui troviamo le prime grosse triglie di Pianosa, che grufolano nella sabbia e girandomi di scatto su un fondale a 4 metri, mi accorgo di essere seguito da una grossa orata! Su questo bassofondo, si potrebbero passare ore…

L’Obelisco, in realtà, non è qui. E’ a terra, vicino alla villa di Agrippa e al famoso “muro di Dalla Chiesa” che non so se è mai servito a qualcosa ma di sicuro è brutto forte. Insomma, proprio davanti all’obelisco, a un miglio o due dalla costa, il fondale da –30 passa dolcemente a – 15 e poi precipita verticalmente a – 42 metri. Ci buttiamo vicino al ciglio e ben presto sentiamo il morso dell’acqua ghiacciata! Difficile trovare pesci qui, mi dico. E invece, in fondo ad una magnifica grotta passante (molto grande) mi trovo davanti ad un impressionante carosello di grossi dentici che entrano ed escono da due “ingressi” vicini della grotta. E’ qui che troviamo l’unica aragosta vista a Pianosa (e le altre, dove sono?) e un bel nudibranco Hypselodoris. La parete è piena di lenze, alcune riccamente colonizzate, altre più recenti che sembrano indicare una certa “illegittima” frequentazione. A conferma di ciò, un piccolo (3-4 m) frammento di rete monofilamento che facilmente asportiamo, per evitare che qualche pesce o crostaceo ci resti intrappolato. Risaliamo verso acque più calde e sul piano, con un fitto posidonieto, ritroviamo la “solita” (ma solo a Pianosa, purtroppo) ricchezza di dentici, saraghi, cernie e corvine.

Ci abbiamo pensato un po’ prima di fare la terza immersione. Inutile (anzi, rischioso) andar profondo e inutile prendere freddo per visitare un fondale anonimo. Ma davanti a Punta Secca abbiamo trovato una serie di grossi scogli semi affioranti proprio invitanti.
Ci tuffiamo, ed il nostro “scoglio di riferimento” ha una lunga spaccatura verticale (alta c.a. 8 metri) dove due cernie grosse (pardon: una grossa e una enorme) convivono con una decina di corvine. Le cerniotte piccole, ormai, non si contano più. Mentre facciamo il giro dello scoglio, Michele mi chiama: ha avvistato un ciglio tufaceo che pare promettere bene. In effetti, si tratta di una lingua di tufo, tutta traforata di tane e ricoperta da posidonia, che precipita su un fondale sabbioso (con posidonia) con un salto di 4/5 metri. Pian piano vediamo un dentice, due… molti! Si dirigono tutti sul sommo del ciglio, tra la posidonia. Per fare che? Ci avviciniamo: c’è un buco largo 3 o quattro metri. Entriamo: tunnel! Forse 10 metri, forse più! Ci avviamo all’uscita ma la strada è sbarrata da un gruppone di dentici che cercano di entrare ma… trovano la grotta occupata (da noi). La mia impressione è che ai denti piaccia (o interessi per qualche motivo) la presenza di sorgenti di acqua fredda che sgorga dal tufo. Usciamo dalla grotta e i dentici sono tantissimi! Decido di fermarmi e contarli su un “fronte” di 180°: almeno 60! Ci muoviamo in questo ambiente da sogno e veniamo sorpassati da una ricciola! Più avanti, barracuda e in una spaccatura una magnosa bella grande! Torniamo indietro alla barca per dare un ultimo saluto alle corvine e alle cernione. Alla festa, partecipa anche un gruppo di dentici! Che posto, Pianosa!

 

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