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FAQ - Domande e Risposte
Qual è l'obiettivo della campagna "Elettronica verde"?
Da alcuni anni, la campagna inquinamento concentra le proprie energie nel settore hi–tech con due obiettivi principali:
- Eliminare le sostanze pericolose dai prodotti elettronici di largo impiego, in particolare tutti i ritardanti di fiamma bromurati, la plastica in PVC, tutti gli ftalati, il berillio (incluso leghe e composti) e l'antimonio – incluso composti a base di antimonio;
- Affermare il principio di responsabilità del produttore, secondo cui i produttori devono assumersi la responsabilità di gestire i prodotti immessi sul mercato dall'inizio (favorendo un design pulito) alla fine del loro ciclo di vita, assicurando il ritiro dei prodotti obsoleti per riusarli, riciclarli o smaltirli in sicurezza.
Due aspetti in realtà strettamente interconnessi, perché l'uso di sostanze non pericolose favorisce il riciclo in sicurezza del prodotto a fine vita.
Perché il settore hi-tech?
L'industria elettronica è il settore produttivo in maggior espansione nel mondo. La velocità con cui le aziende producono nuovi, e sempre più accattivanti, gadget elettronici sta creando non pochi problemi di gestione dei prodotti divenuti in breve tempo ormai obsoleti. La quantità crescente di rifiuti elettronici ha, infatti, raggiunto proporzioni ormai preoccupanti e i governi hanno iniziato solo da poco a prendere in considerazione il problema. Le stime dell'ONU sono di 20-50 milioni di tonnellate di rifiuti tecnologici prodotti ogni anno, che comprendono più del 5% di tutti i rifiuti solidi urbani generati nel mondo. Per scongiurare la prossima emergenza e arrivare a una crisi di grandi proporzioni, è necessario che le aziende in primis decidano di cambiare il loro atteggiamento, assumendosi la responsabilità di gestire tutto il ciclo di vita degli articoli che immettono sul mercato.
Cosa s'intende per rifiuto elettronico (o RAEE o e-waste)?
I RAEE, ovvero i Rifiuti derivanti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche (o electronic waste), rappresentano la tipologia di rifiuti pericolosi in più rapida crescita a livello globale. Sono considerati pericolosi per il loro contenuto di elementi tossici e persistenti, che rappresentano un rischio per l'ambiente e la salute umana nelle varie fasi di trattamento, riciclaggio e smaltimento. Oggi il destino di gran parte dei rifiuti elettronici rimane sconosciuto. Si perdono le tracce del 75% dei rifiuti tecnologici prodotti nell'Unione Europea e di oltre l'80% di quelli prodotti nel nostro paese. Si tratta di un “flusso nascosto” che viene in gran parte esportato - spesso illegalmente - per finire in discariche incontrollate in Africa oppure a riciclatori clandestini in Asia. In questi luoghi i giovani lavoratori, molto spesso bambini, sono esposti ai rischi legati al cocktail di composti chimici che questi rifiuti contengono e sprigionano quando trattati in modo rudimentale e senza protezioni per la salute. Questo problema però può essere risolto. Ed è per questo che Greenpeace sta sfidando le aziende hi-tech a cambiare le loro politiche di produzione e di gestione dei prodotti a fine vita.
Qual è la normativa che regola il settore hi-tech?
Sono due le direttive principali che regolano l'industria tecnologica:
- Direttiva 2002/95/CE - RoHS – “Restrizione dell'uso di alcune sostanze pericolose negli apparecchi elettrici ed elettronici”. La direttiva impone limitazioni all'utilizzo di taluni metalli pesanti e di due composti ritardanti di fiamma a base di bromo nelle apparecchiature elettriche ed elettroniche, in quanto giudicati pericolosi. Greenpeace chiede alle aziende di andare oltre i limiti imposti dalla normativa e, in molti casi, le multinazionali hanno già aderito alle nostre richieste;
- Direttiva 2002/96/CE – RAEE – “Rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche”. La direttiva sui RAEE intende prevenire la generazione di questi rifiuti promuovendo la raccolta differenziata, il recupero, il reimpiego e il riciclaggio per ridurre la quantità di rifiuti da smaltire in discarica o mediante incenerimento. Nel nostro paese, questa direttiva, che in Europa è entrata in vigore nel 2003, è stata recepita con Decreto Legislativo n°151 del 2005, ma è entrata in vigore solo a gennaio 2008. Ritardi infiniti (dettati dalla mancanza di norme attuative, alcune ancora mancanti) e interpretazioni “particolari” della direttiva fanno ancora una volta dell'Italia il fanalino di coda della Ue in materia rifiuti.
Cosa sono i Centri di Raccolta (CDR)?
I centri di raccolta, disciplinati dal decreto 8 aprile 2008, possono essere comunali o intercomunali, sono costituiti da aree presidiate e allestite ove si svolge unicamente attività di raccolta dei rifiuti mediante raggruppamento per frazioni omogenee destinate al trasporto agli impianti di recupero, trattamento e di smaltimento (per le frazioni non recuperabili). I CDR sono stati istituiti formalmente a partire dal 2008, ma in parte erano già presenti sul territorio come piazzole di raccolta dei rifiuti ingombranti. Diverse sono le tipologie di rifiuto che possono essere conferite nei CDR, fra cui cartucce toner esaurite, imballaggi di varia natura, vernici, inchiostri, detergenti contenenti sostanze pericolose e tutte le 10 categorie di RAEE:
- Grandi elettrodomestici
- Piccoli elettrodomestici
- Apparecchiature informatiche e per telecomunicazioni
- Apparecchiature di consumo
- Apparecchiature di illuminazione
- Strumenti elettrici ed elettronici (ad eccezione degli utensili industriali fissi di grandi dimensioni)
- Giocattoli e apparecchiature per lo sport e per il tempo libero
- Dispositivi medici (a eccezione di tutti i prodotti impiantati e infettati)
- Strumenti di monitoraggio e di controllo
- Distributori automatici
Dal sito istituzionale è possibile conoscere il numero di CDR della propria regione/provincia e dove si trovano. Queste le azioni da seguire:
- Entra nel sito istituzionale: https://www.cdcraee.it
- Poi vai alla sezione dedicata ai COMUNI
- Sulla sinistra trovi questi tre link e clicca su Sintesi distribuzione CDR:
- Entra in Sintesi distribuzione CDR e trovi il Riepilogo Nazionale con l'elenco delle 20 regioni.
- Cliccando nella singola regione (sul segno +) dentro il Riepilogo Nazionale, si apre un'ulteriore schermata con le province.
- Cliccando nella provincia (sul segno +) si apre un'ulteriore schermata con la lista delle città/paese dove sono presenti i CDR per provincia.
- Cliccando sulla città/paese trovi la lista di CDR con annesso indirizzo e mappa su google.
Cos' è l'Eco-guida ai prodotti elettronici verdi?
L'Eco-guida di Greenpeace ai prodotti elettronici verdi, pubblicata per la prima volta ad agosto 2006, oggi include una lista di 18 grandi produttori internazionali di personal computer, cellulari, TV e console, posti in differenti posizioni a seconda delle loro politiche di sostituzione delle sostanze pericolose e ritiro/riciclaggio dei beni a fine vita. L'Eco-guida, aggiornata ogni tre mesi, nasce con l'obiettivo di spostare il settore hi-tech verso produzioni più sicure e di responsabilizzare il singolo produttore sull'intero ciclo di vita di un bene di consumo, incluso i rifiuti elettronici prodotti. Il punteggio assegnato a ogni azienda è il frutto delle informazioni relative a questi aspetti disponibili sul loro sito e di incontri con esponenti di Greenpeace International. I criteri seguiti per l'elaborazione dell'Eco-guida riflettono le richieste della Campagna Inquinamento verso le aziende dell'elettronica, integrate dell'aspetto relativo a clima e energia. In sintesi, Greenpeace oggi chiede di:
- Eliminare le sostanze pericolose dai propri prodotti, fra cui tutti i ritardanti di fiamma bromurati, la plastica in PVC, gli ftalati, il berillio - incluso leghe e composti, e antimonio – incluso composti a base di antimonio.
- Adottare il principio di responsabilità del produttore, che richiede all'azienda la gestione finanziaria dei rifiuti elettronici e quindi l'onere del produttore di ritirare e riciclare i prodotti in disuso in tutti i paesi dove sono sul mercato. Inoltre, viene assegnato punteggio anche in base all'uso o meno di plastica riciclata nei prodotti di consumo e al relativo impegno entro cui aumentarne il contenuto.
Dato l'evidente aumento del cambiamento climatico (le produzioni industriali sono causa del 2% di immissione di CO2 in atmosfera a livello globale), Greenpeace ha introdotto nell'ottava versione dell'Eco-guida (giugno 2008) un nuovo criterio relativo a energia e clima per valutare e monitorare l'impegno delle aziende anche sul piano climatico, oltre che su quello chimico e di gestione dei propri rifiuti. Il nuovo criterio si articola in più punti, fra cui:
- Sostegno alla riduzione globale obbligatoria delle emissioni di gas a effetto serra (GHG).
- Divulgazione delle emissioni di gas serra prodotte dall'azienda, incluso quelle prodotte in due stadi della catena di approvvigionamento.
- Impegno dell'azienda di ridurre le proprie emissioni di GHG, indicando specifiche scadenze.
- Percentuale di energia rinnovabile usata.
- Efficienza energetica dei nuovi modelli.
Che cos'è il principio di responsabilità individuale del produttore (IPR)?
Il principio di responsabilità individuale del produttore, che richiede l'impegno finanziario di ogni azienda nella gestione dei propri rifiuti, si articola con l'adozione di sistemi di riciclo in grado di differenziare i rispettivi costi di riciclo per ogni produttore, dopo che i rifiuti sono raccolti. In questo sistema ogni singolo produttore paga il conto per la raccolta e il riciclo dei propri prodotti a differenza di quanto fanno i sistemi collettivi che permettono ai produttori di condividere i costi di riciclo in modo arbitrario, generalmente in base alla corrente quota di mercato dell'azienda (e non secondo la quantità effettiva di rifiuti raccolti e riciclati per ogni brand). Nei sistemi collettivi, una volta che i costi sono trasferiti sui consumatori, il prezzo di acquisto non riflette i costi reali di riciclo di quel prodotto che i consumatori comprano. Questi pagano un prezzo distorto contrariamente a quanto avviene con l'adozione del principio di responsabilità individuale che assicura che, una volta che il produttore passa ai consumatori i costi di riciclo attraverso una tassa, il prezzo di acquisto rispecchi davvero i reali costi di riciclo di quel dato prodotto.
Che cos'è la plastica in PVC?
Il cloruro di polivinile (PVC) è un materiale plastico, di per se non tossico, che crea dei rischi sanitari e ambientali durante tutto il suo ciclo di vita (fabbricazione, uso e smaltimento), tra cui si segnala:
- la formazione e il rilascio di diossine, composti altamente tossici e probabili cancerogeni, durante la produzione dei composti di base del PVC (cloroetilene-EDC e monovinilcloruro-CVM) e in caso di incenerimento dei prodotti in PVC e degli scarti di produzione;
- il rilascio di acido cloridrico, un gas estremamente tossico e corrosivo, e diossine in caso di incendi che coinvolgano manufatti in PVC. Ricerche universitarie hanno dimostrato che la combustione di un pezzo di conduttura in PVC lungo 50 cm produce acido cloridrico in quantità sufficiente a uccidere un essere umano che si trovi in una stanza di media grandezza;
- il rilascio degli additivi del PVC, compresi stabilizzanti, plastificanti, biocidi, coloranti e ignifughi, durante l'impiego (e usura) degli articoli di consumo. Esempi indicativi sui pericoli costituiti dagli additivi in PVC sono quelli che riguardano il rilascio di piombo dalle veneziane in vinile e quello di ftalati (sostanze ammorbidenti) dai giocattoli in PVC, che è stato identificato come un potenziale rischio per la salute dei bambini.
Gli ftalati: cosa sono?
Gli ftalati sono composti pericolosi impiegati per lo più come ammorbidenti della plastica in PVC. L'Ue ha vietato l'utilizzo di alcuni ftalati nei giocattoli destinati ai bambini da 0 a 3 anni, mentre ha bandito l'impiego di tre ftalati, DEPH (ftalato di bis (2-etilesile), DnBP (ftalato di di-n-butile) e ftalato di butilbenzile (BBP), in tutti i giocattoli e articoli per bambini senza limite di età1. Questi tre composti, infatti, sono stati classificati come "tossici per la riproduzione", data la loro capacità di interferire nello sviluppo sessuale dei mammiferi, in particolare del genere maschile.
Cosa sono i ritardanti di fiamma bromurati?
I ritardanti di fiamma a base di bromo sono composti ignifughi usati per evitare, o ritardare, l'estendersi di fiamme in caso di incendio. Nonostante il termine indichi un gruppo molto vasto di composti, le sostanze impiegate in passato e/o tuttora in uso sono i polibifenili bromurati (PBB), parenti stretti dei PCB, i difenileteri polibromurati (PBDE, o difenilossidi polibromurati PBDO), l'esabrociclododecano (HBCD), e il tetrabromobisfenol-A (TBBP-A). I rischi ambientali e sanitari di PBB, PBDE e HBCD hanno portato a una cessazione de facto del loro uso a livello europeo, mentre per il TBBP-A le produzioni sono tuttora in aumento.
Sono comunemente usati in molti materiali plastici (presenti tra il 10-30% della massa di molte plastiche), nonostante la loro capacità di interferire con il corretto sviluppo cerebrale nei ratti (in caso di esposizione prenatale). Alcuni composti mostrano capacità antagonista con ormoni tiroidei riducendone la concentrazione ematica, mentre recenti ricerche hanno rilevato la capacità di indurre ricombinazioni cromosomiche in cellule di mammifero, una possibile indicazione di cancerogenicità di queste sostanze. Diversi composti bromurati sono capaci di bioaccumulo. Questo porta a una crescita nelle concentrazioni di PBDE lungo la catena alimentare come dimostrato dal fatto che i mammiferi marini - delfini, balene e dugonghi - presentano concentrazioni da 10 a 30 volte più alte di quelle riscontrate nei tessuti dei pesci.
I metalli: quali sono i più pericolosi?
Essenziali o utili alla vita in piccole concentrazioni, molti metalli pesanti (cadmio, cromo, mercurio, piombo) sono tossici a concentrazione di poco superiori a quelle a cui sono benefici.
Un'elevata esposizione al piombo può danneggiare, oltre che il sistema nervoso, il sistema riproduttivo e renale, interferire con il metabolismo delle ossa e causare alta pressione sanguigna e anemia.
L'esposizione al cadmio può provocare patologie polmonari e indurre tumori. Il mercurio, sotto forma di vapore, è dannoso al sistema nervoso centrale e i suoi composti inorganici agiscono anche a basse concentrazioni.
Il cromo, invece, può causare diverse effetti sulla salute, da reazioni allergiche a problemi respiratori, fino a indurre cancro ai polmoni.
Il berillio e la lavorazione delle leghe di berillio (incluso il riciclo di questi materiali) possono indurre lo sviluppo della cosiddetta berilliosi cronica, una malattia incurabile che debilita i polmoni. Inoltre, il berillio e i suoi sali sono sostanze riconosciute cancerogene per l'uomo a seguito di esposizione professionale.
L'antimonio, anche se ancora poco studiato, ha effetti tossici sulle cellule epidermiche. Alcuni composti organici dell'antimonio sono stati associati, oltre che a dermatiti, a irritazioni del tratto respiratorio e alterazioni della normale funzionalità del sistema immunitario. Il triossido e il trisolfuro di antimonio sono stati classificati dallo IARC (International Agency for Research on Cancer) come “possibili cancerogeni” per inalazione di polveri e vapori.
Ma se usiamo un prodotto di consumo è pericoloso per la nostra salute?
È difficile poter correlare con certezza un danno sanitario con l'esposizione a un singolo prodotto di consumo e/o a una specifica sostanza pericolosa. Non fosse altro perché siamo esposti a un cocktail di sostanze contenute in una miriade di prodotti di consumo con cui veniamo in contatto ogni giorno. Inoltre, molte patologie, le più gravi fra l'altro, insorgono nel breve–lungo periodo ed è difficile quindi poter dimostrare una relazione di causa-effetto. Secondo Greenpeace, è necessario adottare un approccio precauzionale e promuovere alternative più sicure, considerando la crescente documentazione scientifica sui danni sanitari delle sostanze pericolose dimostrati in laboratorio, in alcuni casi anche su cellule di mammifero. Inoltre, ricerche recenti, commissionate anche di Greenpeace Italia, confermano i dati degli ultimi vent'anni sulla presenza di questi contaminanti nel sangue e nel latte materno, in grado di mettere in pericolo la vita dei nascituri. Segnali che dovrebbero non solo far riflettere l'opinione pubblica, ma soprattutto spingere politici, amministratori e produttori ad adottare normative più rigide e standard di produzioni più sicuri.
Ma perché siamo contaminati da queste sostanze?
L'impiego di questi composti, usati per lo più come additivi negli articoli di consumo, fa sì che una percentuale rimanga non fissata nel prodotto ed è quindi soggetta a essere immessa in ambiente a seguito dell'usura del manufatto. Il gran numero di applicazioni in cui si trovano queste sostanze, l'elevata quantità usata e la facilità di rilascio in fase produttiva (e/o di utilizzo, e/o di smaltimento del prodotto obsoleto) hanno reso i ritardanti di fiamma, gli ftalati e i metalli tra gli inquinanti oggi più diffusi. Le fonti principali di assunzione di questi contaminanti non sono ancora certe e, nonostante sia indubbio il contributo fornito dall'alimentazione, l'esposizione diretta può avvenire anche in ambienti chiusi attraverso l'inalazione della polvere domestica ad esempio.
Nel 2003, Greenpeace ha pubblicato due indagini sulla contaminazione chimica della polvere raccolta in circa 200 abitazioni di diversi paesi quali Italia, Regno Unito, Germania, Spagna, Francia e Slovacchia. Queste ricerche confermarono la presenza nella polvere domestica di ritardanti di fiamma bromurati, ftalati, pesticidi, solventi e altri additivi impiegati nei prodotti di consumo dimostrando così che anche l'usura degli articoli comporta inevitabilmente un loro rilascio nell'ambiente circostante.


