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LA MORATORIA SUL WTO
Per approfondimenti:
Moratoria sul WTO (World Transgenic Organization)
WTO e OGM: due acronimi uniti da un ricorso targato USA; due acronimi che non raccolgono il favore della società civile;
due acronimi saldati dall'interesse di ridefinire l'agenda agricola e alimentare del pianeta secondo interessi geneticamente
manipolati. È così che si costruisce la World Transgenic Organization. Il 13 maggio del 2003 l'amministrazione statunitense ha
presentato un ricorso formale presso l'Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) contro la moratoria de facto dell'Unione Europea
(UE) sugli Organismi Geneticamente Modificati (OGM). La sfida al WTO è stata lanciata nonostante fosse prevista la revoca della
moratoria entro pochi mesi, il che indica come l'aggressività degli USA sugli OGM sia in realtà indirizzata contro il
nuovo pacchetto legislativo su tracciabilità ed etichettatura che si
prevede sostituirà la moratoria.
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Bush & C. stanno inondando il mondo di prodotti OGM, aiutaci a fermarli! [ >>]
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Il primo vero banco di prova delle regole del WTO sugli alimenti e le biotecnologie è dunque
la moratoria de facto proclamata nell'ottobre del 1998 da un cosiddetto blocco di minoranza di paesi europei: la moratoria non è
uno strumento giuridico, ma una decisione politica (e pertanto ancora più importante in quanto riconosce la sensibilità diffusa dei
cittadini), tesa a sospendere il processo di autorizzazione di nuovi OGM fino a quando non sia portato a compimento un quadro legislativo
appropriato per regolamentare l'insieme delle questioni inerenti alla coltivazione e commercializzazione di prodotti geneticamente
modificati, un impianto normativo che è entrata in vigore il 18 aprile 2004.
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La nuova normativa su tracciabilità ed etichettatura dei prodotti
contenenti OGM rischia di mettere fine alla moratoria de facto sulla commercializzazione di nuovi prodotti OGM nell'Unione Europea.
Gli Stati Uniti seguono da vicino l'evoluzione della normativa comunitaria e sanno bene che lo sviluppo del quadro legislativo
avrebbe portato in pochi mesi alla rimozione della moratoria: c'è pertanto da chiedersi se il ricorso al WTO non risponda soprattutto
a intenti politici, più che commerciali, e al perseguimento di un'agenda sotterranea che, sul fronte europeo, sembra tesa a rimettere
in discussione i regolamenti attualmente in discussione, in particolare quello su etichettatura e tracciabilità degli OGM, che
rappresentano la vera minaccia per le esportazioni OGM degli e dagli USA. Anche per questa ragione, c'è chi a Bruxelles - come riportato
da 'Agrisole' - avanza il sospetto che il ricorso al WTO non sia tanto mirato alla moratoria, "ma abbia invece lo scopo di innescare un
braccio di ferro sull'intero sistema di garanzie in corso di preparazione da parte dell'UE. Un sistema che costringerebbe gli USA a
segregare il prodotto destinato al mercato europeo (soprattutto di mangimi) o comunque a rivedere l'organizzazione produttiva alla luce
degli obblighi di tracciabilità e sicurezza richiesti da Bruxelles". Non è un caso che la Commissione Europea consideri che "gli USA
hanno un preciso interesse ad una deregulation internazionale nei confronti del commercio di OGM e in una politica di non etichettatura
di alimenti e mangimi geneticamente modificati". A dimostrazione che la questione non si debba circoscrivere alla sola rimozione della
moratoria europea (e nemmeno alla sola Europa), possono venire in soccorso le illuminanti parole di John Veroneau, braccio destro del
negoziatore Zoellick, il quale alla conferenza stampa di lancio della vertenza ha fatto sapere che anche qualora si giungesse a una
conciliazione bilaterale con l'Unione Europea, gli USA potrebbero chiedere al WTO di procedere con l'istruttoria "fino ad arrivare a
una decisione finale, al fine di creare un precedente". Un intero pianeta sotto scacco della World Transgenic Organization.
Un conflitto come un altro?
Annunciato sin dallo scorso anno dall'Amministrazione statunitense, il ricorso all'Organo della Risoluzione delle Dispute del WTO contro
la moratoria europea sugli OGM è stato infine ufficializzato. Gli USA hanno dovuto aspettare il termine delle operazioni belliche in
Iraq per non esasperare le tensioni transatlantiche già messe a dura prova dall'arruolamento che aveva portato alla costruzione della
"coalizione della buona volontà". Completata l'occupazione dell'Iraq e regolato il quadro di interessi per la sua ricostruzione, gli USA
hanno raccolto intorno a sé una nuova coalizione tesa a costringere l'Unione Europea a (ri)aprire le porte alle colture transgeniche.
Questa vertenza che gli USA hanno voluto presentare al WTO raccoglie l'appoggio di un numero tutto sommato esiguo di paesi: quello di
Canada e Argentina che co-promuovono l'azione legale (nazioni che con gli USA totalizzano circa il 90% delle superfici transgeniche
mondiali), cui si somma il sostegno delle anglosassoni Australia e Nuova Zelanda e dei latinoamericani Cile, Colombia, Salvador, Honduras,
Messico, Perù e Uruguay, paesi con nulle o insignificanti superfici a OGM e in alcuni casi importatori netti di alimenti, cioè con
nessuna esportazione agricola significativa verso l'Unione Europea. Un elenco che ha già perso pezzi: con un sorprendente annuncio,
l'Egitto - inizialmente in prima fila fra i proponenti il ricorso insieme a USA, Canada e Argentina - a sole due settimane dalla
conferenza stampa di Washington, ha informato la Commissione Europea di ritirare la sua adesione, "in cosciente emulazione del bisogno
di garantire adeguata ed efficace protezione ambientale e dei consumatori".
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Una dichiarazione in linea con le posizioni tante volte
espresse dalle organizzazioni della società civile europea e internazionale. A una prima lettura, questo sugli OGM può sembrare uno
dei numerosi conflitti commerciali fra Europa e Stati Uniti, ma quella che si apre con il ricorso presso il WTO rappresenta l'acutizzarsi
di una vera e propria guerra contro consumatori e agricoltori a livello mondiale. Il segnale lanciato dagli USA non è, infatti,
indirizzato alla sola 'vecchia Europa', ma a tutti i paesi del pianeta che osano perseguire politiche agricole e alimentari autonome,
non in sintonia con l'agenda biotecnologica promossa dagli USA, un mondo dove - stando alle parole di Charles Grassley, Presidente della
Commissione Finanze del Senato statunitense - l'UE avrebbe "diffuso l'isteria anti-biotecnologica". Già nel gennaio 2002 il rappresentante
al commercio dell'Amministrazione USA, il negoziatore al WTO Robert Zoellick, aveva inviato a tutte le Ambasciate USA nel mondo un dossier
ricco di istruzioni, indicando le argomentazioni da utilizzare contro eventuali resistenze dei governi all'adozione di OGM.
Parallelamente, si minacciavano quei paesi che, sul modello europeo, imboccavano la strada di una legislazione restrittiva in materia
di colture transgeniche, i quali venivano sottoposti a pressioni tali, in alcuni casi, da indurre a ritirare i dispositivi normativi.
In Bolivia una risoluzione che vietava prodotti agricoli derivati da colture geneticamente modificate, veniva successivamente ritirata
sotto pressione del Governo USA; il Governo dello Sri Lanka introduceva un divieto per 21 categorie di prodotti OGM e programmava di
rafforzare tale bando con una riformulazione della normativa alimentare, ma gli Stati Uniti avvertivano che avrebbero fatto ricorso al
WTO contro tali provvedimenti, con il rischio di sanzioni pari a 190 milioni di dollari, una minaccia troppo onerosa per lo Sri Lanka
tanto da far ritirare le norme. Più vicino a noi, la Croazia ha dovuto subire analoghe pressioni per gli stessi motivi. Dal canto suo,
la ministra USA per l'Agricoltura Ann Veneman ha affermato: "con questo ricorso stiamo lottando per tutelare gli interessi dell'agricoltura
americana" . Ma forse la potente lobby agricola statunitense, importante bacino elettorale repubblicano negli Stati agricoli del centro del
paese, non è la sola beneficiaria della dichiarazione di guerra via WTO. Il 90% della semente geneticamente modificata venduta nel mondo
mette in commercio tecnologia Monsanto e la renitenza al transgenico di molti paesi e - in particolare di agricoltori e consumatori che a
grande maggioranza rifiutano idea e prassi biotecnologica nell'alimentazione - rappresenta una minaccia colossale per gli enormi investimenti
realizzati e la relativa consistente esposizione finanziaria. L'espansione transgenica si trova ormai in una fase di stallo che si protrae
da circa tre anni, con crescite inferiori al 10% all'anno: nonostante si stimi che ben 58 milioni di ettari siano seminati nel mondo a OGM,
questi sono circoscritti al 94% in soli quattro paesi (USA, Canada, Argentina e Cina), limitati a quattro colture (soia, mais, cotone e colza)
e con due sole tipologie di manipolazione (tolleranza di erbicidi e resistenza ad alcuni insetti). È l'assenza di mercato per le colture
transgeniche che determina il mancato decollo di altri OGM e costituisce un problema alla cui soluzione guardano interessi convergenti di
parti importanti della filiera agroalimentare nordamericana. Ne è testimonianza la lettera che il 6 novembre 2001, poco prima del Vertice del
WTO a Doha, 64 gruppi e associazioni in rappresentanza del sistema agricolo statunitense (incluse le imprese a monte e a valle dell'agricoltore),
fra cui i giganti Monsanto e Cargill, hanno scritto ai segretari USA al commercio e all'agricoltura per denunciare, oltre al principio di
precauzione, le "misure illegittime e altre barriere tecniche al commercio" messe in atto dall'Unione Europea . L'obiettivo è naturalmente
l'estensione del controllo sulla filiera alimentare attraverso il cavallo di troia degli OGM, una battaglia giocata rimuovendo restrizioni
e divieti che garantiscano il diritto dei consumatori alla scelta consapevole e degli agricoltori a mantenere liberi da transgenico i sistemi
agrari: su questa sfida si gioca il diritto alla sovranità alimentare. Stona, quindi, sotto questa luce, la 'preoccupazione' di
W. Bush circa le sorti degli affamati del sud del mondo,
impossibilitati a uscire dalla spirale della fame a causa del rifiuto europeo di importare colture GM, un rifiuto che blocca l'adozione di
tecnologie così promettenti per i paesi in via di sviluppo. Questo tipo di dichiarazioni costituiscono l'arsenale retorico a giustificazione
del ricorso al WTO e sono state anche recentemente reiterate da W. Bush durante un intervento all'United States Coast Guard Academy in
occasione della presentazione delle iniziative legislative a favore della lotta alla povertà e all'AIDS. Sarà un caso, ma proprio pochi
giorni prima il Senatore Repubblicano Bill Frist aveva emendato questa proposta di legge al fine di sospendere la donazione di farmaci
antiretrovirali a quei paesi africani rei di essersi rifiutati di accettare aiuti alimentari contaminati da OGM. La Monsanto e altre aziende
biotech sono state finanziatrici della campagna elettorale di Frist e ora il suo capo-segreteria lavora come lobbista per la Biotechnology
Industry Organization (BIO, l'associazione di categoria delle industrie biotech). Sapendo che nello Zambia, paese che più tenacemente ha
respinto l'offerta alimentare transgenica, un terzo della popolazione è positivo all'HIV, questa proposta risulta ancor più odiosa e la
presunzione umanitaria di W. Bush indegnamente ipocrita.
L'argine europeo al transgenico.
È la stessa Commissione Europea che respinge con fermezza la retorica della fame nelle argomentazioni statunitensi:
"l'aiuto alimentare alle popolazioni affamate dovrebbe soddisfare i bisogni umanitari immediati degli individui in difficoltà.
Non dovrebbe essere strumento di promozione di alimenti geneticamente modificati oltre confine o uno sbocco per il surplus interno,
come accade in modo deplorevole nel caso della politica di aiuto alimentare degli USA". E aggiunge: "per quanto riguarda l'aiuto alimentare,
la politica della Commissione è di fornire alimenti in situazioni di emergenza reperiti nella stessa regione, quale contributo allo sviluppo
dei mercati locali, incentivo per i produttori e garanzia dell'appropriatezza culturale dei cibi distribuiti. La politica statunitense è di
distribuire aiuto alimentare tal quale (e non in contributi finanziari, NdA) e di usare il surplus produttivo". La Commissione Europea ha
dunque reagito in maniera irritata all'annuncio della vertenza statunitense: qualificando come "legalmente ingiustificata, economicamente
infondata e politicamente inutile", la Commissione sembra voler tenere conto della maggioranza dei cittadini europei che, secondo l'ultimo
sondaggio di Eurobarometro, esprime il loro rifiuto agli alimenti transgenici. E questo apre scenari che negli ultimi mesi sembravano insperati.
È nota la buona disposizione di molti Commissari europei alle biotecnologie, eppure nelle 10 pagine di comunicato che la Commissione ha
diffuso a poche ore dall'annuncio di Washington, si può apprezzare l'intervento di suoi due importanti esponenti, notoriamente 'aperti'
agli OGM: da una parte il Commissario al Commercio Lamy, sottolinea come il sistema regolatorio comunitario per le autorizzazioni di OGM
sia in linea con le regole del WTO, dall'altra quello per la Protezione dei Consumatori Byrne si spinge fino ad affermare che la perdita di
mercato per gli OGM in Europa sia frutto della mancanza di domanda dei consumatori e che "fino a quando i consumatori non vedranno che il
processo autorizzativo è aggiornato e prende in dovuta considerazione tutte le preoccupazioni, questi continueranno a rimanere scettici sui
prodotti OGM". Non male per chi si è dato parecchio da fare per rassicurare i consumatori sull'innocuità degli OGM e sui loro potenziali
vantaggi; una interessante presa di coscienza! Queste parole non devono però far trascurare la costante pressione che proprio la
Commissione Europea esercita e ha esercitato sui paesi comunitari che costituiscono il blocco di minoranza che ha dato vita alla
moratoria de facto, di cui - è utile ricordarlo - l'Italia fa parte. Una scelta, quella della moratoria, che la Commissione Europea
ha dovuto subire e che ha portato le istituzioni europee (Commissione, Parlamento e Consiglio) a negoziare un pacchetto di provvedimenti
ancora da completare. La vertenza USA contro la moratoria rimescola dunque le carte: il Commissario Lamy, pur interessato a sgombrare
la strada dai contenziosi transatlantici e a giocare una partita aggressiva e non difensiva nel negoziato commerciale complessivo, si
trova a difendere l'approccio normativo europeo come "chiaro, trasparente e non discriminatorio," domandando "qual è il reale motivo
statunitense nell'avanzare il ricorso?". Queste dichiarazioni suonano come una redenzione: solo pochi giorni dopo la fine del Vertice di
Doha, infatti, lo stesso Lamy scriveva a Zoellick:
"... Lei mi ha espresso le profonde preoccupazioni del Suo governo, con particolare
riferimento al commercio di prodotti biotecnologici e all'implementazione degli aspetti commerciali contenuti negli attuali e futuri accordi
multilaterali sulla biosicurezza, non nascondendo il timore che l'Europa intenda servirsi dei negoziati di Doha quale strumento per
giustificare illegittime barriere commerciali. Al riguardo, e in qualità di negoziatore della Commissione Europea per il commercio,
Le scrivo per assicurarLa che ciò non avverrà. Voglio inoltre garantirLe che non mi servirò di queste negoziazioni per alterare
l'equilibrio dei diritti e degli obblighi previsti dal WTO in relazione al principio di precauzione ...".
Già, il principio di precauzione.
Un principio non riconosciuto dal WTO e non menzionato negli accordi che lo compongono. Un principio, però, adottato sia nei Trattati
fondanti dell'Unione Europea che nel Protocollo di Cartagena sulla Biosicurezza che discende dalla Convenzione sulla Biodiversità
stipulata a Rio nel 1991. È oggi indispensabile che a livello globale il principio di precauzione sia adottato in via prioritaria
anche in riferimento a vertenze di carattere commerciale: se così fosse l'attuale disputa fra USA e UE sugli OGM non dovrebbe cadere
sotto il mandato del WTO, ma dovrebbe essere discussa nel quadro degli accordi multilaterali sull'ambiente, come il Protocollo di
Cartagena. Il Protocollo, firmato da 103 paesi con l'esclusione degli USA e ratificato da 90 di questi, sancisce una procedura per
l'importazione di organismi viventi modificati (LMOs, l'acronimo inglese) suscettibili di essere rilasciati nell'ambiente. L'Italia,
che ha ratificato il protocollo nel Marzo 2004, a tutela dell'interesse nazionale (e comunitario) di garantire la cautela che i
cittadini richiedono in materia di biotecnologie e di tutelare il grande patrimonio agroalimentare che ha tutto da perdere dall'avanzata
transgenica, in primo luogo pone un netto rifiuto a rimuovere la moratoria sugli OGM.
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